L’UNIVERSITÀ IN INGHILTERRA: UN ALTRO MONDO

L’UNIVERSITÀ IN INGHILTERRA: UN ALTRO MONDO

A cura di Nicola Reza Marsico

Come recita il titolo di un tragicomico film di Sandro Veronesi: ‘l’Italia non è un paese per giovani’. Nel 2021 la Corte dei Conti ha sottolineato come dal 2013 ad oggi ci sia stato un aumento di quasi il 42% di trasferimenti per lavoro e quasi tre cittadini su quattro fra questi hanno meno di 25 anni. La conclusione è inevitabile: siamo afflitti da una pericolosa ‘fuga di cervelli’. Migliaia di ragazzi lasciano il paese per andare a cercare un futuro più prosperoso all’estero.

Nicola Reza Marsico studia PPE (filosofia, economia e politica) presso l’Università di Warwick, in Inghilterra. In questo articolo ci racconta la sua esperienza ma, soprattutto, il divario che c’è fra la Gran Bretagna e l’Italia in termini universitari.

L’Università di Warwick

Università in Inghilterra, ecco la mia esperienza!

Per quanto mi riguarda, dopo aver vissuto poco meno di vent’anni a Milano, ho deciso di continuare il mio percorso accademico all’Università di Warwick, in Inghilterra in Filosofia, Politica ed economia (PPE). Dopo avere conseguito la maturità non ho avuto dubbi sulla scelta di proseguire il mio percorso formativo in Inghilterra, in quanto, a mio modo di vedere, rappresentava il modello di studio più efficiente e sensato nel mondo occidentale. I motivi sono diversi, ma quello più importante corrisponde al fatto che il sistema anglosassone permette di costituire e coltivare competenze che nessun altro sistema può offrire agli studenti.

“Le competenze e le valutazioni del sistema accademico fanno sì che l’Inghilterra con gli Stati Uniti possiedano le maggiori e più importanti sedi universitarie del mondo, da Oxford a Harvard. Inoltre, la valorizzazione dello studente fa sì che nel mondo lavorativo l’integrazione sembra più facile, più creativa e più libera, garantendo prosperità e innovazione continua”

Le differenze fra i due sistemi

Contrariamente al sistema Italiano, la formazione anglosassone si basa sulla pratica e sulla valorizzazione dello studente in quanto individuo. Ciò significa che gli esami non sono esami teorici o di conoscenza ma esami scritti di pratica. Il sistema Inglese richiede all’alunno non di diventare un esperto nella materia di studio ma di poter formulare una propria idea, un proprio punto di vista sulla materia grazie agli strumenti accademici. I criteri di valutazione non corrispondono a quanto impegno e studio lo studente ha fornito ma piuttosto se è riuscito a mettere in atto le competenze necessarie per studiare in un contesto accademico e le sue potenziali capacità nel sistema lavorativo. Per ottenere un 74% ad un esame di filosofia, che corrisponde ad un 30/30 in Italia, lo studente deve fare prova di spirito critico, di argomentazione efficace e sintetica, di chiarezza e di indipendenza di opinione.

Non appare quindi essenziale una conoscenza approfondita e completa delle nozioni ma una capacità pratica che risulti in una riflessione che superi la ricerca filosofica attuale. Vi è quindi una grande valorizzazione dello studente come persona capace di offrire degli spunti ulteriori e un grande interesse nel conoscere l’opinione degli studenti. In contrasto il sistema Italiano appare come troppo concentrato nel rendere gli studenti esperti nella materia senza coltivare le capacità deliberative e di riflessione della persona. A cosa serve, se non messo in pratica, sapere ogni teoria politica, economica o filosofica? Inculcare nozioni senza avere un approccio critico delle cose appare come limitante e, azzarderei, inutile. In quanti dopo aver conseguito l’esame di diritto romano si ricordano le nozioni dopo i cinque anni di giurisprudenza?

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