LA NUOVA GUERRA AL VOCABOLARIO: LE PAROLE A DUE PESI E DUE MISURE

LA NUOVA GUERRA AL VOCABOLARIO: LE PAROLE A DUE PESI E DUE MISURE

“L’italiano della televisione è diventato un italiano trasandato, malissimo usato” Così parlava l’ex Ministro dell’Istruzione e accademico Tullio de Mauro. Negli ultimi anni, la lingua italiana ha subito molte modifiche da parte di persone che si comportano da esperti, ma che in realtà improvvisano e basta, sfruttando nel peggiore dei modi i social network. Partendo dal termine “petaloso”, coniato da un normale bambino delle scuole elementari, all’uso del corsivo nei discorsi orali, fino ad arrivare a mettere l’asterisco alla fine delle parole per non fare distinzione tra maschile e femminile. Ma è veramente necessario cambiare una lingua per “accontentare” le folli necessità di certi gruppi di persone?

petaloso
La poesia da cui nacque il termine ‘petaloso

Le parole come le pietre

Che il più delle volte la parola ferisce più di un gesto è sicuramente vero. Le parole hanno un peso e se usate nel modo sbagliato possono veramente essere delle pietre dure che fanno male alle persone. Non a caso il fenomeno del bullismo si basa su questo: un linguaggio violento che denigra i più deboli e li porta a compiere perfino gesti estremi come il suicidio. Sicuramente termini come “frocio”, “ricchione”, “culattone”, “sfigato”, “ritardato” sono orribili ed irrispettosi per chi veramente rispecchia una di queste caratteristiche. Spesso queste espressioni ci si sente legittimati a dirle perché le riprendiamo da qualche battuta di un film che ci ha fatto ridere, senza pensare a cosa si va in contro nella realtà.

“Modificare le parole non equivale a modificare la realtà”

Con questa frase, il giornalista ed ex direttore del giornale “Libero Quotidiano”, Vittorio Feltri, giustificava il suo linguaggio “popolare” che usa, durante uno scontro con Vladimir Luxuria. Si può dire che Feltri abbia torto? Sì e no, perché comunque ha in buona parte ragione, dal momento che si possono trovare molti sinonimi, ma la realtà non cambia. Uno degli esempi che nel corso dei decenni ci porta a ragionare su questo tema riguarda il termine “negro”, spesso ritenuto offensivo per le persone con la pelle scura. Chiamare una persona “negro”, “nero” oppure “di colore” cambia veramente il rispetto che abbiamo verso questi individui con la pelle diversa da noi bianchi? Oppure è solamente una polemica sterile? Sicuramente il rispetto verso il diverso è sempre stato qualcosa che nel genere umano manca, specie se i termini vengono usati in molti contesti razziali o di disuguaglianza. Anche se in alcuni casi, gli stessi che contestano il razzismo, accettano il termine se c’è un proprio tornaconto.

Vittorio Feltri
Vittorio Feltri, ex direttore di ‘Libero Quotidiano

Conta la parola o chi la pronuncia?

Premesso che Quentin Tarantino è il mio secondo regista preferito, i suoi film sono stati spesso al centro di critiche per usare linguaggi violenti ed epiteti razziali, come appunto il termine “negro”. Tra i più critici ci fu il regista afroamericano Spike Lee, il quale accusò Tarantino di rendere quella parola come qualcosa di “trendy”. Uno degli esempi più recenti riguarda il film “Django”, che, secondo il regista Spike Lee, Tarantino ha troppo spettacolarizzato la segregazione razziale, rendendola un film western. La cosa più strana è che in supporto di Tarantino sono intervenuti Samuel Jackson e Jamie Fox, due attori afroamericani, sempre in prima fila nelle lotte contro il razzismo. Jackson ha perfino usato l’espressione “Uncle Clarence” (in riferimento all’espressione razzista “Uncle Tom”) per criticare la scelta da parte del giudice federale, Clarence Thomas, di rendere l’aborto negli USA illegale. Cosa sarebbe successo se ad aver utilizzato questa espressione fosse stato un attore bianco, magari vicino al Partito Repubblicano?

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