LA DUAL CAREER SECONDO DAVIDE LINGUA, MEDAGLIA DI BRONZO NEL 2019

LA DUAL CAREER SECONDO DAVIDE LINGUA, MEDAGLIA DI BRONZO NEL 2019

A cura di Alexander Cerato

Davide Lingua è attualmente consigliere regionale del CONI Liguria e laureando presso la facoltà di Scienze Internazionali Diplomatiche all’Università di Genova. Dal 2012 è un atleta universitario di salto in alto, due volte vice-campione nazionale e, nel 2019, vincitore della medaglia di bronzo. La sua storia ci sta a cuore perché Davide ha avuto l’opportunità di sperimentare esperienze molto diverse fra loro (fra cui, per esempio, un tirocinio presso la Camera dei Deputati nel 2019). Ma ciò che ha catturato l’attenzione della nostra redazione è stato il percorso di dual career(così come viene chiamato, oggi, a livello internazionale); In poche parole dual ‘career’ significa avere la possibilità di coniugare sport ad alto livello con istruzione universitaria e lavoro.

Il Giovane’ ha colto l’occasione per intervistarlo ponendo la sua attenzione non solo alle problematiche che coinvolgono il sistema italiano, ma anche confrontando questo particolare percorso accademico-sportivo con quello di altri paesi, come gli Stati Uniti.

Ciao Davide, una domanda indiscreta per rompere il ghiaccio. Tu sei ancora un atleta?

Nessuna indiscrezione, sì mi alleno ancora ma in vista della laurea ho deciso di sospendere gli obiettivi agonistici. Faccio inoltre parte del programma UniGe per lo Sport (ndr: prima denominata UniGe per i Campioni). Questo programma a me sta molto a cuore poiché ha come principale obiettivo quello di valorizzare il merito sportivo degli studenti e di permettere loro di perseguire una carriera universitaria e, contemporaneamente, praticare uno sport ad alti livelli. Sono anche fiero di poter dire di aver contribuito alla realizzazione di questo progetto in quanto nel 2017, durante la sua gestazione, sono stato rappresentante degli studenti nel comitato per il potenziamento delle attività sportive.

Parlaci un po’ del salto in alto, com’era strutturata la tua vita quotidiana?

Il salto in alto è una specialità molto reattiva ed esplosiva. In preparazione invernale si fanno lavori più lunghi e intensi (mettendo fieno in cascina) per la preparazione estiva, dove si fanno lavori più leggeri e dinamici. Solitamente d’estate ci si allena tardi poiché fa più fresco. Comunque non mi svegliavo particolarmente tardi: sveglia alle 9/9.30 e allenamento di circa tre ore, poi il pomeriggio mi dedicavo all’università (oppure invertivo). In ogni caso, di rado mi allenavo due volte al giorno. Vorrei poi specificare che la triennale, proprio per gestire meglio la situazione, l’ho fatta a tempo parziale.

Come ti sei trovato in Italia con la dual carreer? Agevolato oppure no?

Se dovessi fare una critica la farei non tanto al sistema universitario ma da come è gestita la cosa a livello individuale. Se non sei un top athlete fai molta fatica. Bisogna capire infatti che dietro ad ogni prestazione c’è la storia intera di un ragazzo, una situazione particolare, un suo adattamento. La verità è lontana dagli stereotipi, noi atleti non percepiamo cifre stratosferiche. Ogni cosa è sudata e creata a livello personale, con pochi aiuti dall’esterno. Al momento quindi una grande differenza è fatta dal CUS (ndr: centro universitario sportivo), che può renderti la vita più facile tramite agevolazioni e servizi aggiuntivi.

Mi faresti 3 proposte che attueresti a livello nazionale in tema di dual career?

  1. Sicuramente la possibilità che uno studente-atleta sia esentato dall’obbligo di frequenza e possa fruire di appelli concordati (ndr: carriera universitaria agevolata). Poi, poter disporre di un tutor didattico. Comunque, c’è da dire che molte università si stanno attrezzando. Per esempio, ad UniGe, grazie al programma ‘UniGe per lo Sport’, i primi 5 atleti sono esentati dalla terza rata.
  2. Negli altri paesi, soprattutto negli Stati Uniti, c’è un concetto di cultura dell’atleta, un’organizzazione della situazione ben più articolata (hanno i TEAM universitari). In Italia, invece, siamo indietro. È fondamentale quindi un’evoluzione culturale; bisogna passare dalla concezione di discredito generale ad una dimensione di riconoscimento e gratitudine verso l’atleta. Sempre negli Stati Uniti, ad esempio, ai vincitori dei campionati è addirittura dato un anello, per non parlare di tutti i segni di riconoscimento nei campus e nelle università stesse.
  3. Una sola parola: internazionalizzazione. Ossia un progetto erasmus sportivo che dia la possibilità agli studenti-atleti di sapere in quale università andare per potersi allenare e studiare traendone il massimo beneficio. Per esempio, la polisportiva universitaria potrebbe fornire un elenco di luoghi papabili sulla base del livello dell’atleta e del rendimento accademico. 

Se potessi tornare indietro, resteresti in Italia?

Non saprei, forse andrei in un college negli Stati Uniti, ma nel 2012 una cosa del genere sarebbe stata fantascienza, oggi invece sarebbe possibile. Il sistema universitario italiano però, devo dire, non è così tanto secondo. UniGe per me ormai significa famiglia nonostante il fascino che un paese come l’America può proiettare verso un giovane.

Quali consigli daresti ad un giovane atleta che aspira alla dual career?

Anche qui ho una risposta diretta: no alla cultura del ‘tutto e subito’. Io ho 29 anni e sto affrontando l’ultimo anno di triennale e sono soddisfatto e contento di quello che sto facendo. Direi quindi questo ad un giovane ragazzo: prenditi il tuo tempo e se vuoi dimezzare il tuo percorso di studio non è una vergogna. Non avere fretta e prenditi davvero tuo il tempo per capire che cosa vuoi dalla vita, tutto ciò con tranquillità e lucidità.

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