IL ‘LAVORO’, UNA VARIABILE CHE INGANNA

IL ‘LAVORO’, UNA VARIABILE CHE INGANNA

A cura di Marianna Lamanna

Il lavoro è una variabile che può essere considerata maestra perché ha la capacità di influenzare il pensiero economico e politico di intere nazioni e addirittura d’intere strutture nazionali e sovranazionali, ma al tempo stesso, un dilemma al quale è difficile dare una definizione univoca ed universale. In questo articolo si cercherà prima di analizzare la variabile lavoro, partendo dalla sua importanza, dato che viene definita e presentata all’interno degli studi umanistici, come una grandezza essenziale ma al tempo stesso delicata nella sua gestione, visto che per essa non esiste esattamente un manuale che spiega come utilizzarla e come variarla.

La celebre foto di alcuni operai su una trave durante la costruzione dell’Empire State Building, New York

Le ‘variabili’, da Adam Smith a Marx

Ogni ragazzo o ragazza che decide di intraprendere gli studi di economia e politica, fin dai primi giorni capisce subito che da quel momento parte del suo pensiero sarà invasa dalla convinzione che esistono delle variabili. Qualunque cosa che potrai pensare e qualunque pensiero che studierai sarà pieno di variabili che si moltiplicheranno o diventeranno nulle. Una di queste variabili, che i politologi e gli economisti conoscono bene è il “lavoro”. Si può dire che forse tutti i grandi filosofi classici e moderni, in qualche modo nei loro pensieri lo abbiano incluso, ad esempio: Adam Smith iniziò il suo pensiero partendo da un uomo e il suo badile, e finì per definire la sua teoria sulla “Ricchezza delle Nazioni”. Karl Marx vide nel lavoro e nella sua mancanza il motivo dello scontro tra proprietari e proletari. Insomma, la filosofia politica è piena di pensieri che vedono protagonista questa variabile dai contorni economici ma nella sostanza politici e che finisce per essere così pericolosa, se mal considera, da poter dividere il pensiero di un intero paese.

La ‘trappola della liquidità’

Ritengo che la gestione di questa variabile sia la parte più difficile nel lavoro di un politico e di un economista. Questa infatti spinge i politici ad affidarsi alle teorie di un economista, che diventa per loro un tecnico, e agli economisti la condanna a perdersi in una macroeconomia così complessa, che nella definizione di quello che è il concetto di disoccupazione e di inflazione, cerca di insegnarti a come bilanciare la politica fiscale e la politica monetaria, per evitare quello che può essere il buco nero per l’economia di un Paese: “la trappola della liquidità”. Se ci si sofferma un attimo, si riesce a capire che il lavoro è forse l’unica medicina che può curare i vari gap di un’economia e soddisfare le promesse delle più disparate politiche, dato che il lavoro può rendere l’uomo docile, gli concede la moneta per soddisfare i suoi bisogni e forse lo rende meno rivoluzionario; visto che se lavori non hai tempo per essere partigiano!

Forse non riuscirà mai a soddisfare tutti i desideri di un uomo in quanto, secondo Marx, sono illimitati per natura, ma di sicuro riuscirà a rendere un uomo meno incline a cedere alla sua natura primordiale di essere insoddisfatto ed ottenere sempre di più…. forse nella sua mente frullerà il costate bisogno di avere sempre di più, ma non appena suonerà la sveglia, quel pensiero si resetterà e per un momento, almeno per otto ore, si assopirà. Se c’è lavoro, gli anziani si riposano, i giovani procreano, le banche finanziano investimenti, le aziende producono, il PIL cresce e il Paese riesce ad essere sempre più forte nel mercato internazionale. Il lavoro è indubbiamente l’ingrediente chiave della produzione.

Ma quanto e quale lavoro serve?

I prodotti che consumiamo oggi non sono gli stessi di ieri e di domani. La crescita economica, la creazione di ricchezza, nasce proprio dal continuo ricombinarsi dei fattori della produzione. Impedire, rallentare o comunque interferire con questo processo porta inevitabilmente a restringere gli spazi di sviluppo. Che è esattamente l’opposto di ciò che serve, all’indomani di un anno economicamente (e socialmente) disastroso a causa della pandemia mondiale. Quindi, secondo la mia modesta opinione, bisogna fare molta attenzione a non dimenticare che il lavoro proprio per la sua caratteristica di variabile non può essere considerato come una medaglia con una faccia sola. Non bisogna infatti cadere nella convinzione che esso sia una variabile indipendente, specialmente in questi anni in cui il Governo ha usato misure quali: il blocco dei licenziamenti e la cassa integrazione.

Paradossalmente, sarebbe molto meno dannoso prolungare il blocco dei licenziamenti per i settori che si trovano a vivere in una fase di ripresa, che per quelli invece “in crisi“. Proprio i settori in crisi sono quelli nei quali ha maggiore importanza favorire la riallocazione dei fattori produttivi (e, in particolare, del lavoro). Meno spazio viene lasciato a questo processo, più è probabile che le conseguenze della crisi non siano reversibili, con la conseguente moria di imprese. Qui entra in gioco la riforma degli ammortizzatori sociali. La cassa integrazione è uno strumento importante di sostegno al reddito e di sollievo alle imprese, ma nei fatti “immobilizza” i lavoratori: magari, andrebbe trasformata in un aiuto economico che non impedisca al lavoratore di trovare altre occupazioni temporanee o definitive. Cosa che, in verità, già oggi succede, attraverso il lavoro sommerso. In conclusione, possiamo affermare che la variabile lavoro è un vero e proprio dilemma che mette in evidenza la vera natura della politica e dell’economia, ossia che non esistono verità certe ed univoche.

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